EUROPESTARTUP & ECONOMIA

Pensavo di scrivere di una STARTUP. Ho scoperto quanto poco conosciamo il nostro FUTURO.

Il mio primo articolo dopo la maturità nasce da una domanda semplice: perché scopriamo certe possibilità solo quando stiamo già scegliendo chi diventare?

A volte il futuro arriva in silenzio

Ci sono giorni che aspetti per anni e che, quando finalmente arrivano, passano così in fretta da lasciarti quasi disorientata. La maturità è stata proprio questo. Per cinque anni immagini quel momento come un traguardo lontanissimo, ti chiedi come sarà, se sarai all’altezza, se riuscirai a ricordare tutto quello che hai studiato. Poi arriva davvero. Lo vivi, lo affronti e, quasi senza accorgertene, è già finito.

Ricordo ancora il momento in cui sono uscita dall’istituto dopo l’ultima prova. C’erano abbracci, fotografie, sorrisi, qualche lacrima e quella sensazione strana che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato quando finisce qualcosa che ci ha accompagnato per tanto tempo. Non era solo la conclusione della scuola. Era la consapevolezza che, da quel giorno in poi, le scelte avrebbero iniziato a dipendere molto più da me.

Avevo già deciso quale sarebbe stato il mio percorso universitario. È una scelta maturata nel tempo e sono felice di iniziare questa nuova avventura. Eppure, proprio nei giorni successivi alla maturità, mi sono resa conto che scegliere un’università non significa necessariamente conoscere davvero il mondo che ci aspetta. Più ci pensavo e più mi rendevo conto di quanto fosse strano: per anni ci prepariamo a scegliere cosa studiare, ma molto meno spesso ci fermiamo a riflettere su tutte le possibilità che il futuro potrebbe offrirci. Non perché qualcuno ce le nasconda, ma semplicemente perché spesso non sappiamo nemmeno che esistano.

Un messaggio che non mi aspettavo

Mentre cercavo di godermi qualche giorno di meritato riposo, è arrivato un messaggio che non avrei mai immaginato di ricevere. A scrivermi è stata un’amica che collabora come redattrice di STARTHINK MAGAZINE, una testata giornalistica che seguo da diverso tempo. Mi è sempre piaciuto leggere gli articoli pubblicati sul sito perché parlano di innovazione, startup, tecnologia, ambiente e progetti europei con un linguaggio semplice, mai distante, senza dare l’impressione che certi argomenti siano riservati soltanto agli esperti.

Nel suo messaggio c’era una proposta che mi ha sorpresa. Mi chiedeva se avessi voglia di scrivere un articolo. La mia prima reazione è stata quella che, probabilmente, avrebbe avuto qualsiasi ragazza della mia età: le ho risposto che non avevo mai scritto per una testata giornalistica e che non mi sentivo all’altezza. Lei, però, mi ha risposto quasi subito e mi ha detto una cosa molto semplice: non cercavano una giornalista, cercavano il punto di vista di una ragazza appena uscita dal liceo.

Poi mi ha spiegato il compito. Avrei dovuto cercare autonomamente una startup che mi incuriosisse, capire quale problema avesse deciso di risolvere e raccontare, con le mie parole, cosa quella scoperta avesse suscitato in me. Nessun argomento imposto, nessuna azienda suggerita, nessuna scaletta già pronta. Soltanto una pagina bianca e tanta curiosità. In quel momento non immaginavo che quella proposta avrebbe cambiato completamente il modo in cui guardavo il mondo dell’innovazione. Pensavo di dover scrivere semplicemente un articolo. In realtà stavo iniziando un viaggio molto diverso.

La curiosità è il punto da cui parte ogni scoperta

Nei giorni successivi ho iniziato a fare quello che credo avrebbero fatto molti ragazzi della mia età: ho aperto il computer e ho iniziato a cercare. Startup italiane, startup europee, giovani imprenditori, nuove idee, progetti innovativi. Leggevo un sito, poi un altro, prendevo appunti, confrontavo storie completamente diverse tra loro. Alcune parlavano di intelligenza artificiale, altre di medicina, altre ancora di sostenibilità, ambiente, tecnologia o servizi digitali.

Più leggevo e più succedeva una cosa che non mi aspettavo. All’inizio cercavo semplicemente una startup interessante. Dopo qualche ora mi sono accorta che stavo cercando qualcos’altro: stavo cercando di capire cosa avessero in comune tutte quelle persone. Mi aspettavo di trovare storie di aziende. Ho trovato invece storie di ragazzi, di donne e di uomini che, a un certo punto della loro vita, avevano deciso di non limitarsi a dire che qualcosa non funzionava. Avevano deciso di provare a cambiarla.

È stato in quel momento che ho fatto una scoperta tanto semplice quanto importante: le startup non nascono perché qualcuno si sveglia una mattina dicendo “voglio aprire un’azienda”. Nascono quasi sempre da una domanda. Una domanda che, probabilmente, ci facciamo tutti molto più spesso di quanto immaginiamo: “Perché questa cosa continua a funzionare così?” oppure “Possibile che nessuno abbia ancora trovato una soluzione?”

Più riflettevo su questa idea e più mi rendevo conto che era esattamente il modo di ragionare che, senza accorgercene, utilizziamo ogni giorno. Quando qualcosa non funziona, ci lamentiamo. Quando qualcosa è complicato, ci adattiamo. Quando incontriamo un problema, quasi sempre pensiamo che sia normale. Chi crea una startup, invece, fa una cosa diversa: si ferma, osserva e si pone una domanda in più. “E se fossi io a trovare una soluzione?” Credo che sia proprio lì che nasca l’innovazione. Non nei grandi uffici, non nei finanziamenti, non nelle riunioni, ma nella curiosità di una persona che decide di non accettare un problema come inevitabile. Ed è stato proprio in quel momento che ho capito che quel compito ricevuto da STARTHINK Magazine non consisteva semplicemente nel raccontare una startup. Mi stava insegnando un modo completamente nuovo di osservare il mondo.

La startup che non cercavo, ma che mi ha fatto riflettere più di tutte

Dopo aver trascorso diverse ore a leggere storie di startup italiane ed europee, avevo ormai capito una cosa: non stavo più cercando semplicemente un argomento per scrivere il mio primo articolo. Stavo cercando una storia che riuscisse a lasciarmi qualcosa, un progetto che, una volta chiuso il computer, continuasse a farmi pensare. Tra tutte le realtà che avevo scoperto, ce n’è stata una che ha attirato la mia attenzione più delle altre: LexDo.

A essere sincera, il nome inizialmente non mi diceva nulla. Ho aperto il sito senza particolari aspettative, convinta di trovare l’ennesima piattaforma online dedicata alle aziende. Più leggevo, però, più mi rendevo conto che il suo obiettivo era molto diverso da quello che immaginavo. LexDo nasce per aiutare chi decide di avviare un’attività, accompagnandolo in un percorso che spesso, soprattutto all’inizio, può sembrare complicato. Costituire una società, scegliere la forma giuridica più adatta, orientarsi tra documenti, adempimenti e procedure non è affatto semplice, soprattutto per chi affronta queste scelte per la prima volta. LexDo prova a rendere tutto questo più accessibile, utilizzando strumenti digitali e il supporto di professionisti.

Fin qui potrebbe sembrare semplicemente una startup che offre un servizio. Ma, mentre continuavo a leggere, ho capito che la cosa più interessante non era il servizio in sé. Era la domanda che quella startup aveva fatto nascere dentro di me. Se un giorno avessi davvero un’idea capace di migliorare qualcosa, saprei come trasformarla in realtà? Non sto parlando di un’idea rivoluzionaria o destinata a cambiare il mondo. Parlo di una soluzione semplice a un problema che magari vivo ogni giorno e che, proprio perché fa parte della normalità, finisco per non mettere mai davvero in discussione.

È proprio questo che ho capito leggendo decine di storie di startup: quasi nessuna nasce con l’ambizione di diventare famosa. Nascono perché qualcuno decide di affrontare un problema che conosce bene. Ed è una differenza enorme, perché cambia completamente il modo in cui guardi la parola innovazione. Non la vedi più come qualcosa di lontano o riservato a pochi. Cominci a vederla come un gesto umano, concreto, quasi quotidiano.

Nessuno ci dice che un’idea può diventare un lavoro

Questa è probabilmente la riflessione che mi ha accompagnata più a lungo mentre preparavo questo articolo. Quando siamo piccoli ci chiedono continuamente cosa vogliamo fare da grandi. Le risposte sono quasi sempre le stesse: il medico, l’avvocato, l’ingegnere, l’insegnante, l’architetto, il ricercatore. Professioni bellissime, fondamentali e che continueranno ad esserlo.

Poi cresciamo. Arriva il momento di scegliere l’università, di informarci sui corsi di laurea, sui piani di studio, sugli sbocchi professionali e sulle opportunità lavorative. Anche io l’ho fatto, ed è giusto così. Quello che, però, mi ha colpito è un’altra cosa. Durante tutti questi anni nessuno mi ha mai detto che, forse, un giorno avrei potuto creare io stessa qualcosa. Non perché tutti debbano diventare imprenditori, assolutamente no. Ma perché conoscere questa possibilità significa avere uno strumento in più per scegliere consapevolmente il proprio futuro. Se un ragazzo non sa che una strada esiste, come può decidere se percorrerla oppure no?

È qui che, secondo me, c’è una riflessione importante. Non dobbiamo convincere tutti i giovani ad aprire una startup. Dobbiamo semplicemente permettere loro di sapere che questa possibilità esiste. Solo dopo potranno scegliere liberamente. E forse è proprio questo il punto che mi ha colpita di più: il problema non è che i giovani non abbiano idee. Il problema è che molto spesso non hanno i riferimenti giusti per immaginare che un’idea possa diventare qualcosa di reale.

Ogni startup nasce molto prima dell’azienda

Mentre continuavo la mia ricerca, ho iniziato a prendere un quaderno e ad annotare una frase che si ripeteva continuamente nella mia testa: ogni startup nasce da un problema. All’inizio sembrava una frase semplice. Poi ho iniziato a pensarci davvero. Se una persona inventa un sistema per ridurre gli sprechi alimentari, probabilmente lo fa perché ha visto quanto cibo viene buttato ogni giorno. Se qualcuno sviluppa una tecnologia per aiutare chi ha una disabilità, significa che ha osservato una difficoltà concreta e ha deciso di affrontarla. Se nasce una piattaforma che rende più semplice aprire un’attività, come nel caso di LexDo, è perché qualcuno ha capito che quel percorso era diventato troppo complesso.

Allora mi sono chiesta una cosa: quanti problemi incontriamo ogni giorno senza renderci conto che potrebbero trasformarsi in opportunità? Forse molti. Forse moltissimi. La differenza non sta nel vedere il problema. Quello lo vediamo tutti. La differenza sta nel farsi una domanda in più: come potrei risolverlo? Credo che questa sia una delle lezioni più belle che mi porterò dietro dopo aver scritto questo articolo. Perché non riguarda solo le startup. Riguarda il modo in cui guardiamo il mondo. Riguarda il passaggio dalla lamentela alla possibilità, dall’abitudine alla curiosità, dal pensiero passivo alla responsabilità di immaginare qualcosa di diverso.

 

Mascotte Think Start parla con Giulia di spalle durante un evento dedicato a startup e giovani innovatori
La mascotte Think Start incontra Giulia durante un evento dedicato a startup, idee e giovani innovatori.

È qui che ho iniziato a pensare ai ragazzi della mia età

A quel punto ho smesso, per un momento, di pensare soltanto a me. Ho iniziato a pensare ai miei compagni di classe, agli amici che inizieranno l’università, a quelli che entreranno direttamente nel mondo del lavoro, a chi è ancora indeciso. Mi sono chiesta quante persone della mia età conoscano davvero realtà come LexDo, quanti sappiano cosa significa costituire una startup, quanti abbiano mai sentito parlare di incubatori, acceleratori, bandi europei, innovazione o trasferimento tecnologico. La risposta, probabilmente, è meno persone di quante immaginiamo. E non perché manchi l’interesse. Semplicemente perché nessuno glielo racconta in modo vicino alla loro esperienza.

È proprio in quel momento che ho iniziato a immaginare qualcosa di diverso. Mi sono immaginata una scuola in cui, accanto alle lezioni tradizionali, entrino periodicamente persone che hanno avuto il coraggio di trasformare un problema in una soluzione. Non per fare pubblicità alla propria azienda, non per convincere qualcuno a seguirne l’esempio, ma per raccontare una storia vera. Per spiegare come nasce un’idea, quante volte hanno sbagliato, quante porte si sono chiuse, quante volte hanno dovuto ricominciare. Perché forse è proprio questo che manca di più alla mia generazione. Non gli esempi di successo, ma gli esempi di coraggio. Non le storie perfette, ma quelle autentiche. Non il risultato finale, ma il percorso.

Se oggi potessi fare una proposta, inizierei dalle scuole

Mentre scrivevo questo articolo continuavo a ripensare alla ricerca che avevo fatto nei giorni precedenti. Avevo letto decine di storie diverse, conosciuto startup che operano in settori completamente differenti e scoperto persone che avevano trasformato intuizioni in progetti concreti. Più passava il tempo, però, più mi rendevo conto che la startup che avevo scelto non era la parte più importante di questo racconto. La parte più importante era la domanda che continuava a tornarmi in mente: perché queste storie le ho scoperte solo oggi?

Non perché mi senta in ritardo, non perché pensi che qualcuno abbia sbagliato, ma semplicemente perché credo che, quando si hanno diciotto anni, conoscere tutte le opportunità che esistono possa fare una grande differenza. Ho già scelto il mio percorso universitario e sono felice della decisione che ho preso. Non sto dicendo che avrei cambiato facoltà se avessi conosciuto prima realtà come LexDo. Sarebbe troppo facile dirlo e forse non sarebbe nemmeno vero. Ma una cosa è certa: avrei affrontato questi ultimi anni con uno sguardo diverso. Ogni volta che avrei incontrato un problema, probabilmente mi sarei chiesta se qualcuno lo avesse già risolto o se, magari, quella soluzione avrebbe potuto trovarla proprio uno studente della mia età.

Le idee non appartengono soltanto agli imprenditori. Le idee appartengono a tutti. La differenza è che qualcuno decide di lasciarle nel cassetto, mentre qualcun altro prova a trasformarle in qualcosa di concreto. Ed è proprio qui che, secondo me, si dovrebbe lavorare molto di più.

Vorrei che le startup entrassero nelle scuole. Non per fare pubblicità, ma per raccontare la verità.

Se oggi qualcuno mi chiedesse quale iniziativa vorrei vedere realizzata nelle scuole italiane, non parlerei di una nuova materia o di un nuovo libro di testo. Immaginerei qualcosa di molto più semplice: due volte al mese, due startup, due persone, due storie completamente diverse. Una potrebbe essere una startup che oggi esporta in tutto il mondo. L’altra potrebbe essere una startup che ha fallito, che ha cambiato strada, che ha dovuto ricominciare da zero.

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Sapete quale delle due ascolterei con più attenzione? Probabilmente entrambe. Perché noi ragazzi siamo abituati a vedere soltanto il risultato finale. Sui social troviamo aziende di successo, imprenditori sorridenti, fotografie di premi, investimenti e traguardi raggiunti. Quello che quasi nessuno racconta sono le notti passate a chiedersi se continuare oppure fermarsi, i finanziamenti che non arrivano, le porte chiuse, gli errori, le idee sbagliate, i cambi di direzione.

Eppure sono proprio quelle esperienze che insegnano di più. Se un imprenditore entrasse in un’aula e dicesse: “Ho sbagliato tantissime volte, ma ogni errore mi ha insegnato qualcosa che nessun libro avrebbe potuto spiegarmi”, credo che quella frase rimarrebbe impressa nella mente di molti ragazzi molto più di qualsiasi definizione imparata a memoria. Perché il successo ispira, ma gli errori educano. E forse è proprio questo che servirebbe: meno racconti perfetti e più storie vere.

La cosa più bella che ho scoperto è stata LexDo. E, attraverso LexDo, il modo in cui nasce un’idea.

Quando ho iniziato questa ricerca pensavo che avrei scritto un articolo su una startup qualsiasi. Poi ho trovato LexDo e mi sono resa conto che non era soltanto una realtà interessante da raccontare, ma una di quelle scoperte che ti restano in testa anche dopo aver chiuso il computer. Mi ha colpita perché affronta un problema concreto, reale, vicino alla vita di tante persone: la difficoltà di trasformare un’idea o un progetto in qualcosa di davvero avviabile. Aprire un’attività, orientarsi tra procedure, scegliere la strada giusta, capire da dove cominciare: sono tutte cose che, viste da fuori, sembrano lontane, complicate, quasi riservate a chi ha già esperienza. Invece LexDo parte proprio da lì e prova a rendere questo percorso più semplice, più accessibile, più umano.

Ed è proprio questo che mi ha fatto fermare a riflettere. Perché dietro LexDo non ho visto solo una startup, ma ho visto un modo intelligente di leggere la realtà: accorgersi che esiste un ostacolo che blocca tante persone e decidere di costruire una soluzione. In quel momento ho capito che l’innovazione non nasce solo nei grandi laboratori o negli uffici delle multinazionali. Nasce anche così, dall’osservazione attenta di una difficoltà concreta e dalla scelta di non accettarla come inevitabile.

Pensandoci bene, credo che sia un modo di ragionare che possiamo allenare tutti. Ogni giorno incontriamo decine di piccoli problemi. Aspettiamo troppo tempo in fila. Non troviamo un servizio. Ci lamentiamo di qualcosa che non funziona. La differenza è che quasi sempre ci fermiamo lì. La storia di LexDo, invece, mi ha fatto capire che il passo in più è tutto in una domanda: come potrei migliorarlo? È una domanda semplice, ma può cambiare completamente il modo in cui una ragazza o un ragazzo guarda il mondo. Forse è proprio questa la competenza che dovremmo sviluppare di più: non imparare soltanto a trovare la risposta giusta, ma imparare a fare la domanda giusta.

STARTHINK MAGAZINE può diventare un ponte tra chi sogna e chi ha già iniziato a costruire

Scrivere questo articolo mi ha fatto capire anche un’altra cosa. Una testata giornalistica non serve soltanto a raccontare ciò che succede. Può diventare un luogo dove le persone si incontrano, si confrontano e si ispirano a vicenda. È questo che immagino quando penso a STARTHINK Magazine. Non soltanto un sito dove leggere notizie sulle startup, ma una comunità, un punto di incontro tra studenti, università, imprenditori, ricercatori, professionisti e giovani che stanno cercando di capire quale direzione prendere.

Mi piacerebbe immaginare una redazione che non rimanga soltanto dietro uno schermo, ma che entri nelle scuole, organizzi incontri, coinvolga startup italiane ed europee, faccia sedere gli studenti davanti a persone che, qualche anno prima, erano esattamente come loro. Persone che avevano dubbi, paure, incertezze e che, nonostante tutto, hanno deciso di provarci. Forse è proprio questo il significato più bello della parola innovazione. Non inventare qualcosa di straordinario, ma avere il coraggio di fare il primo passo.

Alla fine non ho scoperto soltanto una startup. Ho scoperto un modo diverso di guardare il futuro.

Quando ho accettato di scrivere questo articolo pensavo che il mio compito fosse semplicemente raccontare una startup. Mi sembrava un esercizio interessante, un modo diverso per mettermi alla prova dopo la maturità e, soprattutto, un’occasione per fare qualcosa che non avevo mai fatto prima. Se oggi mi guardo indietro, però, mi accorgo che quel compito mi ha lasciato molto più di un semplice articolo. Mi ha costretto a fermarmi, a osservare, a fare una cosa che, nella frenesia degli ultimi mesi di scuola, avevo quasi dimenticato: farmi delle domande.

Forse è proprio questo il valore più grande di esperienze come questa. Non tanto trovare subito una risposta, quanto imparare a guardare la realtà con occhi diversi. Da quando ho iniziato questa ricerca mi capita continuamente di osservare quello che mi circonda in un modo nuovo. Quando qualcosa non funziona più, invece di limitarmi a pensare che sia normale, mi viene spontaneo chiedermi se qualcuno stia già lavorando a una soluzione oppure se quella soluzione potrebbe nascere proprio dall’idea di un ragazzo o di una ragazza della mia età. Credo che sia questo il cambiamento più importante che porto con me dopo aver scritto queste pagine. Non ho imparato come aprire una startup. Ho imparato che ogni idea nasce da una domanda e che ogni domanda nasce dalla curiosità di non accettare il mondo esattamente così com’è.

Forse dovremmo conoscere queste storie molto prima

Ripensando agli ultimi anni, mi viene naturale fare una riflessione. Durante il nostro percorso scolastico incontriamo tante persone che ci aiutano a crescere. Insegnanti, professionisti, ricercatori, esperti che condividono con noi conoscenze preziose. Tutto questo è fondamentale e continuerà ad esserlo. Eppure credo che ci sia ancora spazio per aggiungere qualcosa. Mi piacerebbe che, con la stessa naturalezza con cui oggi assistiamo a conferenze o incontri di orientamento, potessimo ascoltare più spesso il racconto di giovani imprenditori, ricercatori, fondatori di startup e innovatori.

Non persone invitate per dirci quanto sono diventate grandi, ma persone capaci di raccontare il percorso che le ha portate fin lì. Vorrei ascoltare gli errori che hanno commesso, le idee che non hanno funzionato, i momenti in cui hanno pensato di arrendersi, le paure che hanno dovuto affrontare. Perché è proprio in quelle storie che noi ragazzi possiamo riconoscerci. Non abbiamo bisogno di esempi perfetti. Abbiamo bisogno di esempi autentici. Di persone che ci facciano capire che il successo non nasce da un percorso senza ostacoli, ma dalla capacità di rialzarsi ogni volta che qualcosa va storto.

Mascotte Think Start presenta una startup in aula insieme a un giovane startupper davanti a studenti
La mascotte Think Start presenta un progetto startup in aula insieme a un giovane founder, davanti a un pubblico di studenti.

Il ruolo che potrebbe avere STARTHINK MAGAZINE

Scrivere questo articolo mi ha fatto riflettere anche su un’altra cosa. Quando pensiamo a una testata giornalistica immaginiamo qualcuno che racconta le notizie. Oggi credo che una testata possa fare molto di più. Può creare connessioni. Può mettere in contatto persone che, probabilmente, non si sarebbero mai incontrate. Può trasformare una semplice storia letta online in una curiosità, in una domanda o persino in un’idea.

È questo che ho percepito scrivendo il mio primo articolo. Non mi è stato chiesto di parlare bene di una startup. Mi è stato chiesto di osservarla, comprenderla e raccontare cosa quella storia aveva lasciato dentro di me. È un approccio completamente diverso. Ed è proprio questo che, secondo me, rende speciale un progetto come quello di STARTHINK MAGAZINE. Non limita i giovani al ruolo di lettori. Li invita a diventare protagonisti, a fare ricerca, a confrontarsi, a sviluppare uno spirito critico, a trasformare la curiosità in conoscenza.

Mi piacerebbe che questo spazio continuasse a crescere, coinvolgendo sempre più studenti provenienti da scuole, città e percorsi diversi. Perché ogni ragazzo guarda il mondo in modo differente. Ed è proprio questa diversità di punti di vista che può arricchire il racconto dell’innovazione.

L’Europa può fare qualcosa di molto importante

Negli ultimi anni ho sentito parlare spesso di Europa. A scuola, in televisione, sui giornali. Molte volte, però, l’Europa sembra qualcosa di lontano, fatta di istituzioni, regolamenti e decisioni che sembrano riguardare poco la vita quotidiana di uno studente. Preparando questo articolo ho iniziato a vederla in modo diverso. Ho scoperto che dietro molte opportunità dedicate ai giovani ci sono programmi che investono nella formazione, nell’innovazione, nella mobilità e nella collaborazione tra persone provenienti da Paesi diversi. È un patrimonio enorme. Ma forse potrebbe diventare ancora più vicino se riuscisse ad arrivare direttamente nelle scuole attraverso esperienze concrete.

Immagino studenti che incontrano startup nate in Italia, in Spagna, in Germania, in Francia o in qualsiasi altro Paese europeo. Immagino ragazzi che scoprono come un’idea nata in una piccola città possa migliorare la vita di migliaia di persone. Immagino giovani che imparano a collaborare, a confrontarsi e a pensare in modo europeo ancora prima di entrare nel mondo del lavoro. Forse è proprio questo il significato più bello dell’Europa. Non soltanto un luogo geografico, ma una comunità che mette in circolo idee, competenze e opportunità.

Il futuro della mia generazione inizia da una domanda

Quando ho iniziato questo articolo pensavo di raccontare LexDo. Alla fine mi sono accorta di aver raccontato qualcosa di molto più grande. Ho raccontato la curiosità, la voglia di capire, il desiderio di conoscere possibilità che, fino a pochi giorni fa, ignoravo completamente. Tra qualche mese inizierò l’università con lo stesso entusiasmo con cui ho affrontato la maturità. La strada che ho scelto rimane quella che sento più vicina a me. Ma oggi so che esistono molte più possibilità di quante immaginassi. So che dietro ogni startup c’è una persona che ha osservato un problema e ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. So che dietro ogni progetto ci sono errori, tentativi, dubbi e tanto coraggio. E so anche che nessuna idea nasce già grande. Nasce sempre da una domanda.

Forse è proprio questo il messaggio che porterò con me dopo aver scritto il mio primo articolo. Non smettere mai di osservare quello che mi circonda. Non pensare che un problema sia soltanto qualcosa di negativo. Perché, a volte, è proprio lì che può nascondersi la prossima idea capace di migliorare la vita di qualcuno. E chissà, magari mentre state leggendo queste righe, in una classe italiana c’è una ragazza o un ragazzo che sta osservando un problema che tutti considerano normale. Forse un giorno avrà il coraggio di chiedersi: “E se fossi proprio io a trovare una soluzione?”

Se questo articolo riuscirà anche solo ad accendere quella domanda nella mente di un altro giovane, allora il mio primo articolo…

….. non avrà raccontato soltanto una STARTUP.

……. Avrà raccontato l’inizio di un futuro possibile.

Giulia Ruggieri

“Se pensate che queste IDEE meritino di arrivare a più GIOVANI, condividetele con chi insegna o guida una classe: magari sarà la spinta per portare STARTHINK MAGAZINE e le STARTUP proprio dentro le nostre aule.”

 

 

 

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