Green Economy

L’economia circolare non decolla, nel 2022 l’Italia resiste ma c’è da migliorare

“La crisi climatica e gli eventi degli ultimi due anni, con l’impennata dei prezzi di molte materie prime, dimostrano che il tempo dell’attesa è finito. È arrivato il momento di far decollare senza ulteriori incertezze le politiche europee a sostegno dell’economia circolare. Le nostre economie sono fragili perché per aspetti strategici dipendono da materie prime localizzate in larga parte in un ristretto gruppo di Paesi. È un nodo che rischia non solo di soffocare la ripresa ma di destabilizzare l’intera economia con una spirale inflattiva. Ed è qui che l’economia circolare può fare la differenza trovando all’interno del Paese le risorse che è sempre più costoso importare. L’obiettivo che l’Italia si deve porre è raggiungere il disaccoppiamento tra crescita e consumo di risorse”. Così il presidente del CEN, Edo Ronchi che, con il direttore del Dipartimento sostenibilità di Enea, Roberto Morabito, ha presentato il Rapporto Nazionale sull’economia circolare 2022.

Finanziato dal CEN (Circular Economy Network), una rete composta da Fondazione per lo sviluppo sostenibile, aziende, associazioni di impresa ed Enea, il rapporto è stato commentato nell’ambito della Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare, alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Andrea Orlando e di Paola Migliorini, vice capo dell’unità economia circolare per la Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea. La conferenza è stata patrocinata dal Ministero della Transizione Ecologica e dalla Commissione Europea.

Come sottolineato dal rapporto, tra il 2018 e il 2020, in Europa il tasso di circolarità è sceso dal 9,1% all’8,6%. Negli ultimi cinque anni i consumi sono cresciuti di oltre l’8%, a fronte di un incremento del riutilizzo di appena il 3%. Lo spreco, insomma riguarda ancora una gran parte dei materiali estratti dagli ecosistemi.

L’Italia ha fatto leggermente meglio degli altri: se nel 2020 il tasso di utilizzo di materia proveniente da riciclo in UE è stato del 12,8%, da noi è arrivato al 21,6%, ponendoci al secondo posto dopo la Francia (22,2%). Anche la percentuale del riciclo di rifiuti è stata la più alta d’Europa, sfiorando il 68%. Per quanto riguarda i rifiuti industriali è stata raggiunta la quota del 75%, mentre per i rifiuti urbani siamo arrivati al 54,4%, sopra la media europea del 47,8%. Bene anche la media di rifiuti in discarica, per i quali siamo terzi dopo Germania e Francia, al di sotto della media del 22,8% del resto d’Europa.

Dove non siamo virtuosi

Da migliorare, in primo luogo, il consumo del suolo: nel 2018 la media europea di copertura artificiale del territorio era del 4,2%, quella italiana, del 7,1%, seconda solo alla Germania (7,6%) mentre svolgono un lavoro migliore Francia (5,6), Spagna (3,7) e Polonia (3,6).

Dal 2010 abbiamo inoltre perso quasi 5.000 aziende (il 20%) impegnate nella riparazione di beni, sia elettronici sia personali. Nel 2019 erano 23.000, a fronte delle quasi 34.000 francesi e delle 28.300 spagnole.

Male anche l’ecoinnovazione: nel 2021 siamo stati i tredicesimi per investimenti nel settore.

Secondo Roberto Morabito, la chiave per migliorare sarebbe da ricercare nella simbiosi industriale, ovvero la capacità di trasformare i prodotti di scarto di un’industria in risorse per un’altra: “La simbiosi industriale è uno degli strumenti più potenti che possiamo utilizzare a supporto della transizione circolare dei nostri sistemi produttivi con grandi vantaggi ambientali, economici e sociali – ha detto – Come avviene in altri Paesi, sarebbe quanto mai opportuno che anche l’Italia si dotasse di un Programma nazionale per la simbiosi industriale per massimizzarne le potenzialità e assicurare tracciabilità e contabilità delle risorse scambiate. Il potenziale vantaggio economico per lo scambio di risorse in Europa è stimato tra i 7 e i 13 miliardi di euro, a cui aggiungere oltre 70 miliardi per costi di discarica evitati. ENEA  – ha sottolineato – dal 2010 ha sviluppato una Piattaforma e una metodologia di lavoro che hanno permesso di realizzare progetti con oltre 240 aziende e individuare circa 2mila potenziali trasferimenti di risorse tra loro”.

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